R-Type Final 2 – recensione

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Correva l’anno 1987 quando il mondo videoludico stava emergendo da un miscuglio di pixel e arte astratta con i giochi per Atari (e rivali), ancora scosso da un fenomeno che all’epoca sembrava qualcosa di passeggero. Una perdita di tempo come tante altre che avrebbe fatto moda per qualche stagione, ma che poi si sarebbe sciolta come neve al sole, un po’ come collezionare farfalle e francobolli.

Quell’anno Contra, Double Dragon, Final Fantasy, Metal Gear, The Legend of Zelda, Street Fighter e After Burner apparvero sui nostri schermi catodici o nelle sale giochi in tutto il mondo, inondandoci con musiche a 8 e 16 bit incalzanti e flash psichedelici al limite dell’epilessia.

In pochi si ricordano però che il 1987 fu anche l’anno di R-Type, uno sparatutto a scorrimento orizzontale che fece la storia (e creò numerosissimi cloni), scalzando dal trono Gradius. Con una musica indimenticabile, una difficoltà ai livelli dell’impossibile (solo sorpassato da Project X della storica casa Team 17) e un gameplay frenetico che richiedeva spesso una precisione millimetrica, R-Type fece impazzire milioni di giocatori con gran parte dei critici del settore unanimi nell’incoronarlo come migliore sparatutto del momento.

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