E3 2021: I publisher hanno smesso di vendere sogni o gli utenti hanno smesso di sognare? – editoriale

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A qualche anno da oggi, mentre sorseggeremo qualcosa in uno sbiadito bar di periferia assistendo inermi all’esplosione dell’estate, finiremo col guardarci a vicenda dall’orlo di un opaco bicchiere di birra ponendoci una sola domanda: com’è potuto succedere? Chi l’ha reso possibile, chi lo ha permesso? Chi ha ucciso la fiera dei sogni?

Esagerazioni a parte, è sotto gli occhi di tutti che l’E3 sia irrimediabilmente cambiato, che abbia quasi rinunciato al suo vero scopo originale. Siamo sinceri, la kermesse Losangelina non ha mai voluto rappresentare il banco di prova delle aspettative del pubblico, quella è una cosa che si è imposta soltanto di recente. Piuttosto, una volta l’E3 era incaricato di fornire al suo pubblico una vivida e brillante visione del futuro dei videogiochi, equivaleva a un buco della serratura dal quale scorgere la grandezza e la magnificenza di quel che sarebbe venuto dopo, poco importa se quell’illusione prima o poi si sarebbe spezzata.

Non fraintendeteci, non riteniamo che l’E3 debba impersonare il trionfo del vaporware, tuttavia l’evento ha ormai assunto da tempo una declinazione asettica, ben lontana dai fasti di un passato in cui centinaia di giocatori urlavano a squarciagola nei teatri di Los Angeles all’annuncio di Twilight Princess o all’apparizione di Kratos durante il reveal del nuovo God of War.

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